GIU' LE MANI DAI BALCANI!
PER LA DISFATTA DEGLI AGGRESSORI!
Con l'aggravarsi dell'aggressione e il possibile passaggio a un'invasione terrestre della Repubblica fed. Jugoslava diventa sempre più evidente che le vere ragioni della guerra non riguardano il legittimo diritto del popolo kosovaro all'autodeterminazione. Il governo statunitense e quelli europei sono in competizione per guadagnare il ruolo di protagonista nell'aggressione e nella spartizione del bottino di guerra che ne conseguirà.
Il vero obiettivo delle bombe imperialiste è quello di aprire la strada a un controllo del processo già avviato da anni di disgregazione della Jugoslavia e di completamento della reintroduzione del "libero mercato" capitalistico dopo il crollo dello stalinismo.
Lungi dall'essere subalterni agli USA i governi europei -a guida socialdemocratica- sgomitano per occupare il proscenio in questo nuovo massacro. Le vite di migliaia di persone sono sacrificate ancora una volta sugli altari del profitto delle grandi borghesie.
E' necessaria una mobilitazione internazionalista dei lavoratori dei Paesi aggressori (USA, Europa) a fianco del proletariato del Paese aggredito, la Repubblica Jugoslava. Una mobilitazione per contribuire alla disfatta degli eserciti aggressori e per una vittoria della Serbia E' necessario che i lavoratori serbi prendano nelle loro mani, armandosi, l'organizzazione della difesa dall'aggressione imperialista, non delegandola al macellaio Milosevic che è stato per anni alleato dell'imperialismo e il suo agente nel processo di restaurazione del capitalismo e di cancellazione delle -seppur deformate- conquiste rivoluzionarie
La sconfitta dei governi di USA, Italia, Francia, ecc. rafforzerebbe la lotta della classe operaia di questi Paesi contro le proprie borghesie; consentirebbe ai lavoratori serbi di rovesciare Milosevic; permetterebbe al popolo kosovaro e alle altre popolazioni doppiamente oppresse (dall'imperialismo e dai suoi vassalli) di autodeterminarsi. Una vittoria della Jugoslavia aggredita potrebbe aprire la strada all'unica soluzione del conflitto nei Balcani: una Federazione socialista in cui sia possibile una pacifica convivenza di tutti i popoli della regione, nel rispetto del diritto di autodeterminazione di ciascuno
La sconfitta delle truppe occidentali si tramuterebbe in una vittoria per la classe operaia e potrebbe dare anche in Italia un nuovo impulso alla costruzione di un polo autonomo di classe, contrapposto ai due poli dell'alternanza borghese oggi uniti nel sostegno agli interessi imperialisti della borghesia italiana; questa vittoria della classe operaia internazionale consentirebbe di fare un passo avanti nella costruzione di quel progetto comunista di rovesciamento del capitalismo che resta l'unica vera soluzione per mettere fine una volta per tutte alle guerre
E' necessario proseguire la mobilitazione, costruendo in ogni luogo di lavoro e di studio dei comitati unitari, organizzando in ogni città manifestazioni e scioperi, costruendo uno sciopero generale contro la guerra e contro il governo D'Alema. Perché, come scriveva nel 1914 Karl Liebnecht in un celebre volantino alle truppe in guerra:
IL NEMICO PRINCIPALE DEI LAVORATORI E' NEL PROPRIO PAESE!
FALSE E VERE RAGIONI DI UNA GUERRA
La versione ufficiale dell'imperialismo, pronunciata da Clinton e argomentata dai socialtraditori come D'Alema e Veltroni, vorrebbe le forze NATO impegnate in un bombardamento della Repubblica Federativa Jugoslava (RFJ) per "proteggere" i kosovari di etnia albanese dalle epurazioni serbe. Dopo l'Irak tornano così le bombe intelligenti e umanitarie. Sono sufficienti le notizie riportate dalla CNN per fare piazza pulita di queste falsità: non solo le bombe hanno colpito periferie e quartieri popolari di Belgrado e delle principali città della RFJ, ma tra le vittime ci sono -ovviamente- anche gli stessi profughi kosovari che sarebbero i beneficiari di questo intervento.
In realtà la barbara aggressione alla RFJ è funzionale all'eliminazione o ridimensionamento dell'ultimo elemento rimasto non pienamente controllabile da parte dell'imperialismo nell'area balcanica.
Il rifiuto di Milosevic di accettare la "pace" imperialista di Rambouillet che prevedeva di fatto l'instaurazione di un protettorato NATO in Kosovo, ha costituito contemporaneamente una sfida inaccettabile e un pretesto per un rafforzamento della presenza imperialista nella zona. L'unico scopo dei bombardamenti e di ciò che potrebbe seguire ad essi è questo: non i diritti delle minoranze etniche ma il controllo imperialialista del cuore della RFJ e dunque dei Balcani. Il tutto si inserisce in uno scenario che vede le diverse potenze imperialiste in competizione (per ora pacifica) per la supremazia mondiale: con i tre poli imperialisti -USA, Europa, Giappone- in gara per lo scettro dopo la scomparsa dell'antagonista "sovietico".
LA DISGREGAZIONE DELLA JUGOSLAVIA COME PRODOTTO DELLA RESTAURAZIONE CAPITALISTICA
Non si può comprendere le vicende di questi giorni se non si tiene conto del contesto in cui è avvenuta la disgregazione della Jugoslavia. Per un'analisi approfondita rimandiamo al dossier pubblicato su Proposta n. 10, ottobre '95:"Ex Jugoslavia: barbarie imperialista sotto forma di 'guerra etnica'" (che può essere richiesto alla redazione). Ci limitiamo qui a richiamare alcuni elementi.
La disgregazione della Jugoslavia e il decennale conflitto tra le regioni che componevano lo Stato titoista è il prodotto di un combinarsi di cause interdipendenti: il crollo dello stalinismo "a destra", cioè in assenza di una riconquista da parte del proletariato, attraverso una rivoluzione politica, del potere usurpato dalla burocrazia; l'assenza di una direzione rivoluzionaria che conducesse a questo fine: prodotto a sua volta anche della liquidazione fisica, sin dagli anni Trenta, di interi gruppi dirigenti e di tutti i quadri della sinistra comunista antistalinista (pulizia continuata negli anni successivi sotto il controllo di Tito); il risorgere di tensioni interetniche, utilizzate dallo stalinismo negli anni Trenta per contrastare ogni lotta antiburocratica, alimentate poi dagli occupanti nazifascisti come strumento di divisione e dominio del Paese e recuperate infine dagli ex generali di Tito impegnati dopo il crollo dell'Urss, in quanto agenti della restaurazione capitalistica, a spartirsi la Jugoslavia, ciascuno in alleanza con un settore dell'imperialismo.
In Jugoslavia come negli altri Paesi del cosiddetto "socialismo reale" è avvenuto ciò che Trotsky e l'opposizione bolscevica allo stalinismo avevano previsto sin dagli anni Trenta: "o la classe operaia schiaccerà la burocrazia e si aprirà una via verso il socialismo, o la burocrazia, divenendo sempre di più l'organo della borghesia mondiale nello Stato operaio, distruggerà le nuove forme di proprietà e respingerà il Paese nel capitalismo."
Lo Stato nato dalla resistenza antifascista nasceva già deformato. Il titoismo non costituì infatti mai un'alternativa comunista allo stalinismo; anche quando ruppe con l'Urss il regime di Tito lo fece nel quadro nazionalista, di accettazione del "socialismo in un Paese solo". Nonostante ciò, e con gli evidenti limiti di uno Stato operaio burocratizzato, il regime si adoperò in quella fase per sopire i conflitti interetnici (che pure aveva fomentato precedentemente) per garantire il proprio dominio stabile. In questo quadro la costituzione jugoslava del '45 garantiva i diritti delle minoranze, ivi inclusa quella kosovara, alla quale era riconosciuto il diritto a scuole di lingua albanese e una relativa autonomia culturale; dal '74 al Kosovo fu infine riconosciuta un'autonomia (seppure limitata dal regime burocratico titoista). Questo status è stato definitivamente revocato da Milosevic nel 1989.
Successivamente, nel contesto della guerra tra gli spezzoni dell'ex Jugoslavia, il conflitto etnico è stato un fuoco su cui in molti hanno soffiato (ivi incluso l'ex regime albanese di Berisha: che ha alimentato l'idea di una "grande Albania" in contrapposizione alla "grande Serbia" di Milosevic).
Infine gli accordi di Dayton del 1995 che hanno imposto la pace imperialista nell'area hanno semplicemente rimosso la questione del Kosovo, cioè di un territorio popolato per il 90% da abitanti di etnia albanese e per il 10% da una minoranza serba, ma ormai soggetto alle istituzioni della nuova Repubblica federativa (cioè Serbia e Montenegro).
IL TRADIMENTO DA PARTE DEI GRUPPI DIRIGENTI KOSOVARI DELLA BATTAGLIA PER L'AUTODETERMINAZIONE
Dal '97-'98 la Lega Democratica di Ibrahim Rugova, che rivendicava una limitata autonomia per la regione, è stata "scavalcata" dai più radicali e armati dirigenti dell'UCK (esercito di liberazione) che propugnavano una conquista dell'indipendenza. L'UCK è una forza piccolo-borghese composita: gran parte dei dirigenti sono stati dirigenti della Lega Democratica e la maggioranza di essi è legata all'ex presidente albanese Berisha (ma vi è anche uno spezzone neostalinista con nostalgie per Henver Hoxa). Gli USA hanno dapprima privilegiato un rapporto con Rugova, definendo l'UCK "terrorista" e lasciando anzi che Milosevic scatenasse, nell'estate scorsa, una sanguinosa offensiva contro di esso Successivamente hanno individuato nell'UCK (ormai diventato movimento di massa a scapito della Lega di Rugova) l'interlocutore privilegiato: nel momento in cui però accettava la sostanziale rinuncia al programma dell'indipendenza, ponendo la firma sul testo americano di Rambouillet che prevede una semi-autonomia del Kosovo sotto il controllo delle truppe imperialiste.
Questo cambiamento di atteggiamento degli USA verso l'UCK si spiega col fatto che Washington non ha mai voluto la separazione del Kosovo dalla Serbia dacché ciò costituirebbe un elemento di instabilità, metterebbe in movimento la minoranza albanese in Macedonia, aprirebbe la strada a uno scontro tra Grecia e Turchia... L'obiettivo è piuttosto quello di disporre di un caposaldo da cui sorvergliare nell'intera regione il processo di integrazione dei Balcani nel mercato capitalistico, evitando il ripetersi di sollevazioni come quella albanese del '97. In questo senso gli USA hanno scelto sempre come loro alleati i dirigenti albanesi che rinunciavano a battersi per l'indipendenza. Il loro alleato di oggi è l'UCK che non solo ha rinunciato all'indipendenza del Kosovo ma ha fatto appello ai bombardamenti NATO sulla Serbia.
Appare dunque evidente che oggi più che mai la lotta del popolo kosovaro per l'autodeterminazione passa per la costruzione di un'altra direzione.
L'IMPERIALISMO EUROPEO E ITALIANO E IL RUOLO DELLE SOCIALDEMOCRAZIE
Contrariamente al tentativo della maggioranza del gruppo dirigente del Prc di accreditare una versione che vedrebbe l'UE e il governo italiano "subalterni" e "incapaci di un ruolo autonomo" dagli USA, tutti i governi di centrosinistra e "sinistra" europei si sono schierati decisamente a favore dell'aggressione, partecipandovi direttamente o indirettamente. I parziali distinguo dagli USA non riguardano eventuali scrupoli pacifisti dell'Europa ma sono il prodotto visibile del conflitto sotterraneo che contrappone i diversi poli imperialisti in lotta tra loro e al loro interno per guadagnare un ruolo primario in questa "guerra" e negli equilibri che ne usciranno. Così anche il governo europeo più avanzato (secondo Bertinotti), quello di Jospin, ha dichiarato la propria "piena adesione" al conflitto in corso. E in Italia i richiami da parte di lucidi commentatori borghesi (si pensi a Lucio Caracciolo su Repubblica) a un "maggior ruolo della diplomazia" non costituiscono obiezioni all'uso indiscriminato dei bombardamenti, ma sollecitazioni al governo D'Alema ad occupare senza ritardi il proscenio nel massacro, per garantire alla borghesia italiana un ulteriore rafforzamento sullo scacchiere internazionale.
La competizione inter-imperialista avviene dunque tra gli USA che vogliono rafforzare la loro presenza nei Balcani, limitando quella europea; l'Italia che vuole rafforzare il proprio ruolo che ha già visto una stagione di rinnovato protagonismo col governo Prodi e con il soffocamento della rivoluzione albanese nel 1997 e l'instaurazione di un protettorato italiano in Albania; la Germania, che ha già assimilato la Croazia, e vuole ora eliminare definitivamente l'ostacolo serbo alla propria espansione nell'area; la Francia, che ha per anni armato Milosevic, ed è ora intenzionata a partecipare alla sua distruzione per spartirsi con gli altri il bottino di guerra.
Si conferma dunque il ruolo delle socialdemocrazie europee nella costruzione di un polo imperialista europeo in competizione con USA e Giappone: ed appare tanto più grottesca ogni richiesta del PRC perché "l'Europa faccia sentire la sua voce". La cosiddetta voce dell'Europa è nel coro dei massacratori e sa cantare solo il sibilo delle bombe.
Le stesse ali "sinistre" dei governi, dalla pattuglia ministeriale di Cossutta, passando per i vari Manconi (che parla di "saper fare politica in tempo di guerra") si limitano a voltare la testa dall'altra parte e a cercare un pretesto qualsiasi che consenta loro di salvare contemporaneamente l'anima e la poltrona ministeriale. Significativo l'atteggiamento di "doppiezza" del PCF di Hue che mentre partecipa alle manifestazioni di piazza contro la guerra trova nuovi motivi "per un rinnovato sostegno al governo Jospin".
L'INCONSISTENTE PACIFISMO DELLA MAGGIORANZA DIRIGENTE DEL PRC
Se va riconosciuto al PRC nel suo insieme la capacità di una immediata mobilitazione contro la guerra, è necessario sottolineare che ancora una volta ciò avviene con pesanti limiti che inficiano l'intera posizione: limiti determinati dalla posizione della maggioranza del gruppo dirigente alla continua ricerca di quel modello neokeynesiano europeo (alla Jospin) che dovrebbe costituire l'alternativa al liberismo. Ecco così che nei vari interventi del compagno Bertinotti e nelle prese di posizione della segreteria nazionale si cerca di fare una distinzione tra imperialismo buono e cattivo, addebitando ogni colpa al "gendarme USA", mentre l'Europa sarebbe in qualche modo coinvolta "obtorto collo" (magari per colpa dell'ala cattiva della socialdemocrazia: quella di Blair). Si parla di "servilismo dell'Europa" verso la "guerra degli americani", di "Europa nelle mani del generale Clark" ecc.: cercando di accreditare l'analisi di una guerra non voluta, subita dai governi europei, succubi (e quindi emendabili e come sempre passibili di una "svolta" capace di ridare "un ruolo autonomo all'Europa").
La realtà dei fatti è ben diversa. Altro che subalternità europea: basterebbe leggere i giornali per sapere che nel dicembre scorso a St. Malò in un incontro tra Blair e il dirigente dell'ala "avanzata" (secondo Bertinotti) della socialdemocrazia, Jospin., si è posta la necessità di fare rapidi passi verso la costruzione di strutture militari europee, indipendenti dagli USA, e si è parlato pure della necessità di arrivare a costruire "uno stato maggiore militare europeo" per contendere agli USA anche sul terreno militare la supremazia. Non è un caso difatti se i primi a parlare di intervento con truppe di terra sono stati i consiglieri di Jospin. Perché allora il partito non estende al PCF l'invito che ha rivolto a Cossutta di togliere il sostegno ai governi che fanno la guerra? Forse perché il governo Jospin resta comunque un modello di riferimento? E non si può cavarsela come ha fatto Paolo Ferrero della segret. naz. (su Liberazione) parlando di una "vittoria della linea Blair contro quella Jospin": l'alternatività strategica di Blair e Jospin non è mai esistita (se non nella testa di qualche compagno del gruppo dirigente del partito). La guerra è "la continuazione della politica con altri mezzi": i governi di centrosinistra o di "sinistra" che portano avanti nei rispettivi Paesi programmi anti-operai, sono oggi i curatori degli interessi delle loro borghesie all'estero. I piani per rimodellare le forze armate italiane, avviati dal governo Prodi e proseguiti da D'Alema, hanno esattamente la finalità di dotare l'imperialismo italiano di agili strumenti di intervento per tutelare i propri affari fuori dai confini nazionali.
Ad un'analisi sbagliata si accompagna una prospettiva vaga. La soluzione indicata per la vicenda balcanica consiste nel richiamo all'Onu. Come sempre l'assenza di una analisi di classe dei fenomeni e delle istituzioni porta a ignorare quale è il ruolo di quel "covo di briganti imperialisti" (Lenin) che è l'Onu. Degna erede di quella Società delle Nazioni nata nel '19 che non impedì mai nessun conflitto (compresa la Seconda Guerra mondiale) e coprì invece le invasioni imperialiste di Mussolini in Nord Africa. Un'organizzazione alla quale la Russia di Lenin non volle mai aderire (fu l'URSS ormai nelle mani di Stalin a aderire in un'ottica di dialogo con l'imperialismo "democratico"). L'ONU che secondo Bertinotti starebbe oggi "in silenzio": (quando invece il segretario generale Kofi Annan ha parlato con chiarezza di un "attacco legittimo, per la pace") è l'organizzazione che porta la responsabilità primaria per quell'embargo all'Irak che ha già provocato un milione e mezzo di morti o che ha perpetrato -con i suoi caschi blu- gli stupri in Bosnia e Somalia. Un'organizzazione di cui peraltro oggi, scomparso l'URSS, l'imperialismo non ha più bisogno, potendosi permettere di mostrare direttamente il suo volto senza fare ricorso a sigle di copertura o a richiami a un'inesistente "legalità internazionale".
Ma la maggioranza del gruppo dirigente del partito pare ignorare questi elementi evidenti e preferisce riporre ogni aspettativa più nella diplomazia borghese che nella mobilitazione internazionale di classe. Fino ad indicare come soluzione una "conferenza internazionale per l'integrazione (sic) dell'area balcanica in una Europa comune e democratica".
PER UNA POSIZIONE RIVOLUZIONARIA SULL'AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SULLE PROSPETTIVE DEI BALCANI
Paradossalmente oggi quasi nessuno (né i falsi amici imperialisti, né chi da sinistra si oppone alla guerra) riconosce il diritto del popolo kosovaro all'autodeterminazione (e dunque anche alla indipendenza): spesso anzi si preferisce parlare solo di "autonomia" perché "altrimenti sarebbe il caos"... Eppure la posizione classica, l'abc del comunismo parte esattamente dal ragionamento opposto. Basti citare questo brano di Lenin (da "Risultati della discussione sull'autodecisione", 1916): "La dialettica della storia è tale che la funzione della nazionalità e dei popoli oppressi, impotenti come fattori di indipendenza nella lotta contro l'imperialismo, è quella di fermenti, di bacilli che, insieme con altri fermenti e bacilli contribuiranno a fare entrare in scena la vera forza che può combattere contro l'imperialismo e cioè il proletariato socialista." E ancora (in La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodecisione, 1916): "Ovviamente non soltanto il diritto delle nazioni all'autodecisione, ma tutte le rivendicazioni essenziali della democrazia politica sono 'realizzabili" nell'epoca imperialista soltanto in modo incompleto, deformato (...). Ma da questo non deriva affatto che la socialdemocrazia dovrebbe rinunciare alla lotta immediata e decisa per tutte queste rivendicazioni (...) attirando le masse alla lotta attiva, allargando e rinfocolando la lotta per ogni rivendicazione democratica fondamentale sino all'attivazione diretta del proletariato contro la borghesia, cioè sino alla rivoluzione socialista che espropria la borghesia."
Queste posizioni restano, crediamo, quelle da cui partire nel lavoro oggi della rifondazione di una prassi comunsita. E questo oggi implica il riconoscere ai kosovari, come agli altri popoli jugoslavi, il diritto all'autodeterminazione: non contrapponendo sterilmente le rivendicazioni nazionali a quelle di classe, ma sviluppando dialetticamente le une nelle altre. Il che significa dire chiaramente che i diritti nazionali o etnici potranno trovare soddisfazione solo al di fuori di ogni ingerenza dell'imperialismo, in una ritrovata unità del proletariato dei diversi Stati balcanici, al di là delle differenti etnie, contro le proprie classi dominanti e contro l'imperialismo, nella lotta per l'unica soluzione possibile dei conflitti nell'intera area: una Federazione socialista dei Balcani